"Non pretendo che il design possa curare i mali che accompagnano le trasformazioni della società di massa. Ritengo che il design, nel riflettere i cambiamenti sociali, possa essere un potente strumento per favorire quei cambiamenti che riteniamo auspicabili."

[George Nelson, 1956]


In Francia e in Inghilterra intorno alla metà del Settecento si manifestarono i più significativi sintomi della nascente modernità: fu la stagione degli inventori, dei filosofi, dei fisici, dei primi ingegneri che sperimentano: un immenso laboratorio che emergeva in un mondo che si fece tutto nuovo: un mondo razionale, oggettivo, misurato; un mondo svuotato da centenarie abitudini e da antiche tradizioni, che ora stava cambiando in base alle leggi della ragione e, progressivamente, del consumo.

La storia del design è soprattutto la storia della cultura umana e delle relazioni che vi intercorrono: ecco perché vi si intrecciano interessi di ogni tipo: industriali, religiosi, mistici, funzionali.

Il design non è architettura, né scultura o pittura: nessuna delle tre arti; il design coincide con i codici, con i simboli e con gli stili di vita della società. Oggi queste forme della rappresentazione sono straordinari sistemi di produzione d’immagini e potenti strumenti di comunicazione e di intrattenimento.
Cos’è il bello?
Non è sempre vero che il bello coincide con l’utile, o con il minimale, o con il bizzarro, o con lo straordinario.
Il design non ha potuto sottrarsi ai rischi dell’omologazione imposta dal dominio dei segni: in un universo di immagini, la spettacolarizzazione tende ad annullare sia il valore del passato quanto le aspettative del futuro.

Fonte: "Ricerche su Google :)"